Archeologia Industriale a Sesto Fiorentino
Memoria e identità di un territorio
ARCHEOLOGIA INDUSTRIALE
La disciplina
Possiamo definire l'archeologia industriale come disciplina e ambito di ricerca che interessa gli impianti industriali e le altre strutture concernenti il lavoro umano, intesi come testimoni di avvenimenti economici, storici e sociali che sono andati a modificare i vari paesaggi urbani e rurali.
Origine della disciplina
L'archeologia industriale ha le sue origine come disciplina nel Regno Unito nei primi anni '50. A coniare il termine fu Donald Dudley, professore di latino all'Università di Birmingham, che suggerì valesse la pena di indagare sulle possibilità accademiche e pratiche di questa disciplina. Il suo collega Michael Mix riprende il termine nel 1955 in un articolo per The Amateur Historian; qui non tenta di definire la materia, ma la cita come un ambito nuovo e tutto da esplorare, e specifica tra i suoi interessi principali i materiali di XVII e XIX secolo.
Il dibattito sull'arco temporale
Soprattutto nelle fasi iniziali della disciplina, si discute su quale arco temporale sia più opportuno occuparsi, se ci si debba limitare all'ambito della Rivoluzione Industriale (ad oggi Archeologia dell'Industria) o se includere tutte le manifestazioni del lavoro umano.
Osbert Guy Stanhope Crawford nella rivista Antiquity e successivamente Kenneth Hudson furono le maggiori voci a favore di un'Archeologia Industriale che non si interessasse solo dei reperti della Rivoluzione Industriale, ma che abbracciasse tutte le testimonianze del lavoro umano.
L'archeologia non è che il tempo passato dell'antropologia, Lo sviluppo della cultura umana nel tempo è il suo oggetto."
(K. HUDSON, World Industrial Archeology, Cambridge, 1979).
SVILUPPO
Ad oggi si distinguono tre fasi di sviluppo della disciplina:
- Una fase iniziale, localizzata in Gran Bretagna che dura fino agli anni '60, un piccolo gruppo di pionieri si occupa di sensibilizzare l'opinione pubblica sulla rapida scomparsa di macchinari ed edifici che rappresentavano la storia dell'industria britannica. Si tratta ancora di un accumulo di oggetti e testimonianze prevalentemente privo di speculazione. Nel 1959 il Council for British Archaelogy ricondisce ufficialmente la disciplina, stabilendo standard di documentazione e protezione del patrimonio industriale.
- Al crescere dell'attenzione verso la materia in ambito accademico, anche alcuni dilettanti se ne interessano facendo dell'Archeologia Industriale una sorta di hobby: nasce in UK un Registro Nazionale dei Monumenti Industriali. La ricerca inizia a diventare più ordinata e metodica, quando nella sua fase precedente era stata definita "un informe ammasso di oggetti accatastati su oggetti senza criterio e ordine." (Philip Riden, Times Literary Supplement, 14 gennaio 1977).
- Dagli anni '80 ci si interroga sulla reale importanza e consistenza della disciplina, un campo di studi sempre più vasto. Non ci si limita più soltanto a salvare le testimonianze dell'industria, ma ci si interroga anche sul perché valga la pena fare ciò.
Archeologia Industriale oggi
La disciplina dell'Archeologia Industriale oggi è caratterizzata da:
- Studio rivolto a un patrimonio che testimonia il lavoro umano; il massimo interesse è rivolto a quello di recente creazione dalla Rivoluzione Industriale in poi.
- Disciplina che ha in comune con l'archeologia "classica" il suo carattere interdisciplinare e metodo investigativo.
- Forte legame con storia sociale, storia economica e storia tecnologica.
I principali obiettivi della disciplina
- Salvaguardia del patrimonio storico e culturale.
- Applicazione di legislazioni per la salvaguardia del patrimonio industriale (in Italia compreso nella definizione di Patrimonio Culturale a norma di D.Lgs 42/2004).
- Sistema di catalogazione finalizzato alla conservazione dei monumenti industriali: in Italia, Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione (ICCD).
- Studio e ricerca riguardante il patrimonio in rapporto con il territorio tramite un'impostazione interdisciplinare.
Valorizzazione del patrimonio
- Divulgazione e sviluppo di una sensibilità verso il tema delle aree dismesse e il loro recupero.
- Approccio di restauro stilistico degli edifici, ricostruiti totalmente o parzialmente in nome della loro importanza storica o estetica.
- Recupero di alcuni impianti fondiari in base a criteri di riqualificazione architettonica, impatto ambientale e sostenibilità economica.
- Creazioni nuove realtà museali rivolte all'industria.
- Coinvolgimento nel recupero e nella valorizzazione dei beni sia di soggetti pubblici (regioni, province, comuni), sia di soggetti privati.
- Operazione razionale di interventi di riconversione come operazioni di tipo imprenditoriale.
Oggi, nonostante i successi siano ancora esigui e limitati, siamo proiettati verso una nuova politica di sviluppo, alla quale devono essere riconosciuti importanti progressi economici e sociali.
Adesso, prenderemo in esame alcuni siti industriali dell'area di Sesto Fiorentino e della zona limitrofa.
SAPONIFICIO
Fra i maggiori settori industriali presenti a Sesto, vi era la fabbricazione di saponi. La maggior parte delle industrie di saponi erano state create fuori dalla città perché nocive o maleodoranti, come ad esempio quelle che utilizzavano grassi animali. Invece le due fabbriche di sapone Del Panta & Guarnieri e Catanzaro (la maggiore fino alla comparsa di Campostrini) producevano soprattutto sapone di buona qualità, utilizzando olio d'oliva ed essenze odorose. Nel 1894 Alighiero Campostrini fonda la "Società per l'Industria dei saponi profumati ed affini", che diventerà il maggiore saponificio della zona. La fabbrica era ubicata a est del centro abitato, al di là del torrente Zambra.
Marchio o segno distintivo depositato alla Prefettura di Firenze (19 maggio 1921) da Alighiero Campostrini, Stabilimento per l'Industria di Saponi, Profumi ed Affini, Sesto Fiorentino
La Ditta Campostrini ebbe particolare sviluppo nei periodi delle guerre mondiali quando c'era richiesta di saponi per l'Esercito. Con il marchio "La Florentina" iniziò la produzione di saponi fatti rigorosamente a mano e modellati in stampi di bronzo, così come era nell'antica tradizione della saponeria artigianale toscana. Venne sviluppata così una vasta gamma di saponi, diversificata per gli usi (saponi medicinali, saponi da barba, in polvere), per i colori e per i profumi. Le raffinate scatole erano prodotte insieme ai fratelli Alinari.
Marchio "La Florentina"
Durante la Repubblica, nel territorio comunale perdura la fabbricazione di saponi e negli anni '50 si segnalano una quindicina di laboratori per la lavorazione di grassi e oli da saponificare.
Nel 2006 la Ditta Campostrini venne ceduta alla famiglia Fissi, già proprietaria della Saponeria Mario Fissi nata nel 1925, che ancora oggi continua un'attività che altrimenti sarebbe cessata e andata perduta.
Secondo alcuni abitanti di Sesto con i quali mi sono messa in contatto, la sede originaria della Ditta Campostrini si trovava probabilmente in via Garibaldi (angolo con via Cairoli).
Antica sede della Ditta Campostrini, oggi sede di una tipolitografia.
LA GHIACCIAIA DI SETTIMELLO
COSA SONO LE GHIACCIAIE?
Erano strutture in cui si immagazzinava la neve pressata o il ghiaccio per poterne usufruire durante l'anno. Il ghiaccio poteva essere ricavato deviando corsi d'acqua che, durante l'inverno si trasformavano in ghiaccio. Quest'ultimo veniva poi immagazzinato e prelevato successivamente al momento del bisogno.
Le ghiacciaie iniziarono a funzionare sul territorio toscano dalla fine del Settecento e rimasero attive fino agli anni Trenta del Novecento.
- Forma delle ghiacciaie.
- Drenaggio per lo smaltimento dell'acqua di scioglimento.
- Accesso rivolto in questo caso a nord.
- Sfiati per smaltire l'aria umida all'interno della ghiacciaia, altrimenti l'aria umida a contatto con il ghiaccio ne avrebbe favorito lo scioglimento. Gli sfiati permettevano così un continuo ricambio dell'aria.
- Utilizzo di paglia o altro materiale coibente a contatto del ghiaccio che permetteva di mantenere integra la pezzatura delle forme di ghiaccio.
- Copertura della ghiacciaia.
- Protezione dai raggi solari.
- Profondità rispetto al suolo.
- La massa del ghiaccio.
- Sistemi di antinquinamento.
LA GHIACCIAIA DI SETTIMELLO
La ghiacciaia del Novecento, Settimello (Calenzano) - Ruchin F., Settimello Tradizioni Cultura Arte
La costruzione, la struttura e la storia
La ghiacciaia risale agli anni Venti dell'Ottocento ed è situata a Settimello, nel comune di Calenzano. Risulta costituita da un pozzo cilindrico di pietra alberese, in gran parte interrato, sormontato da una copertura conica.
L'edificio si sviluppava su due piani: in quello inferiore veniva conservato il ghiaccio. Nel terreno circostante furono piantati dei cipressi per tenere fresca e ombreggiata la ghiacciaia.
Adiacente alla ghiacciaia troviamo un edificio, che veniva presumibilmente utilizzato per la lavorazione, lo stoccaggio e lo smercio del ghiaccio.
La ghiacciaia conservò la sua funzione per alcuni decenni, ma dopo il 1865 i nuovi assetti urbanistici della Firenze, allora capitale, accentuarono il declino e la chiusura di tutte le ghiacciaie.
A fine Ottocento la ghiacciaia di Settimello e il corpo di fabbrica annesso furono adibiti a magazzino della vicina distilleria.
Nel secondo dopoguerra l'attività della distilleria continuò a pieno ritmo, interrompendosi intorno agli anni '80 quando fu acquistata insieme ai magazzini per l'esercizio di un'autoccarrozzeria.
Nel 2002 gli edifici intorno alla ghiacciaia vengono adibiti ad abitazioni private.
La ghiacciaia nel 2022 - Google Maps
Attualmente la ghiacciaia si presenta in buono stato, tuttavia manifesta un avanzato stato di degrado per quanto riguarda i materiali in superficie, specialmente della copertura.
I MULINI
Angolo tra via dei Molini e via di Doccia, Sesto Fiorentino
Probabilmente adesso, sarebbe più opportuno parlare di "strutture preindustriali" in quanto tratteremo di mulini, quindi di attività artigianali. L'individuazione dei mulini si è basata sul confronto fra la cartografia storica e lo stato attuale dell'area interessata.
COME FUNZIONANO I MULINI AD ACQUA?
Il mulino ad acqua utilizza l'energia meccanica prodotta da un corso d'acqua canalizzato così da generare una forte corrente che, urtando contro delle pale produce un movimento rotatorio che viene poi trasmesso alla macina. Nelle zone collinari lungo i torrenti, è più facile trovare mulini con impianto a ruota orizzontale, in quanto sono in grado di funzionare anche in caso di scarse portate d'acqua.
I MULINI A SESTO FIORENTINO
La carta idrografica d'Italia del 1889 riporta 13 opifici lungo il torrente Riomaggio, un quattordicesimo era poco sotto Doccia su un piccolo affluente del Riomaggio. Dal momento che la farina veniva attaccata da insetti e parassiti, mentre il chicco era molto più resistente, le famiglie si recavano regolarmente al mulino per macinare una parte del loro grano. Questo, insieme all'attività dell'azienda Ginori, spiega il grande numero dei mulini e l'importanza che rivestivano per il territorio di Sesto Fiorentino. L'importanza era anche dovuta al fatto che l'alimentazione dell'uomo e del bestiame si basava esclusivamente su quello che la terra produceva. Infatti spiega Mario Berti, vicepresidente della Pro Loco:
"In molti casi accanto al mulino c'era il forno, perché oltre a macinare il grano si cucinava il pane."
Ogni mulino recava il nome della famiglia che lo gestiva (Bicci Alfredo, Bini Giuseppe, Bosi Guglielmo, Frittelli Ferdinando, Granchi Danilo, Grassi Attilio, Nitri Giuseppe). Nel 1936 un elenco del territorio rileva che erano ancora esistenti 10 mulini, di cui tre lavoravano solo quando c'era l'acqua. Con l'affermarsi della molitura elettrica e la scomparsa della mezzadria, queste strutture cessano la loro attività, di alcune resta solo qualche traccia, come l'arco, per esempio, al Ristorante l'Ulivo Rosso.
Influì anche lo spopolamento delle campagne e l'urbanizzazione degli anni '60 che portò alla chiusura e all'abbandono definitivo dei mulini.
Tuttavia è ormai diffusa la consapevolezza che un mancato riutilizzo di questi spazi ne provocherà la definitiva scomparsa lasciando enormi "spazi vuoti".
Un'interessante fonte di informazioni circa l'ubicazione dei mulini si ricava dall'esame delle «Piante dei Popoli» risalenti alla seconda metà del XVI secolo.
POPOLO DI SAN GIUSTO A GUALDO
MULINO DI GUALDO
Regione Toscana - Repertorio Toponomastico Regionale
Come osserva il noto glottologo Giacomo Devoto in un suo articolo di giornale “Il Gualdo”, dal giornale “La Nazione” del 24 luglio 1971, “Gualdo” è parola longobarda che significa “bosco”. L'ex mulino di Gualdo di proprietà della famiglia Salviati, era il primo mulino sul torrente Rimaggio, alimentato dalla fonte detta di “San Vico”, ora dismesso. Talvolta viene indicato anche come “Mulino a Isola”. Nel 1771, il mulino è gestito dalla famiglia Giorgetti. Nel 1803, nello “Stato d’Anime” di San Giusto a Gualdo, è indicata la presenza del mulino della famiglia Mannini, che risulta registrata fino all’anno 1848, ultimo periodo del quale abbiamo documentazione.
POPOLO DI SAN ROMOLO A COLONNATA - COLONNATA
MULINO DELLE FORBICI - EX MULINO DI PAGOLO
Corrisponde alle antiche costruzioni fra il torrente Rimaggio e via del Torrente detto anche Mulino di Biagio. Secondo quanto è attestato nei consorzi idraulici (1734-1932) era molto scarsa l'attività del torrente Rimaggio nei primi decenni del Novecento.
Pianta de' Popoli e Strade della Podesteria di Sesto, Capitani di Parte Guelfa, A.S.F. (Archivio di Stato di Firenze)
L'andamento nord-sud del territorio (prendiamo come riferimento la Catese per il nord e Doccia per il sud) viene riportato in obliquo. Riconosciamo i seguenti punti:
- la Villa di Doccia;
- il ponte alla Catese;
- la Chiesa di Colonnata;
- il torrente Riomaggio;
- il mulino;
- il riferimento alla frazione di Quinto.
Resta più difficile trovare riferimenti esatti per i terreni più a sud della Chiesa in quanto sono stati interessati da urbanizzazione e industrializzazione, per cui molti toponimi si sono oscurati. Anche le informazioni catastali sulle proprietà dei terreni si sono ovviamente oscurate, così come in parte è mutato l'assetto stradale.
Coordinate: 43° 8' 42'' Nord; 11° 20' 93'' Est
MULINA
Secondo quanto attesta la documentazione relativa al territorio sestese, il mulino negli anni '80 del Novecento risultava essere ancora "in piedi", nonostante si trovasse in stato di degrado. Secondo alcuni testimoni privilegiati, oggi il mulino non esiste più.
Questi due estratti appartenenti a due mappe diverse si riferiscono allo stesso territorio compreso tra la Catese e Colonnata.
Coordinate: 43° 85' 26' Nord; 11° 21' 53'' Est
POPOLO DI SANTA MARIA A QUERCETO - QUERCETO
MOLINUZZO
Situato lungo il torrente Gavine. Attualmente non si ravvisa nessun edificio esistente.
Coordinate: 43° 84' 44'' Nord; 11° 20' 40'' Est
POPOLO DI SANTA MARIA A QUINTO - QUINTO
MOLINO DELLE MONACHE DI SAN MARTINO
Corrisponde al vecchio mulino di via Gino Venni.
Coordinate: 43° 8' 30'' Nord; 11° 21' 88'' Est
MULINO DELLE MONACHE DI SAN SALVI
Corrispondeva alla vecchia costruzione abbattuta presso la località ex Macelli di Quinto Basso.
Coordinate: 43° 8' 25'' Nord; 11° 21' 52'' Est
POPOLO DI SANTA MARIA A MORELLO - MORELLO
MOLINUZZO
Conosciuto anche col nome di Molino di Spugnoli, corrisponde all'opificio esistente lungo il torrente Chiosina nel comune di Calenzano che apparteneva alla famiglia Ginori. Nell'Ottocento si registra un cambio di proprietà e attualmente il mulino risulta in disuso.
Coordinate: 43° 52' 9'' Nord; 11° 52' 29'' Est
POPOLO DI SAN DONATO A LONCIANO
Mulino del Guanto
Le vecchie costruzioni tuttora esistenti, dove un tempo si trovavano i mulini, sono ora adibite ad abitazione civile e ristoranti.
Coordinate: 43° 8' 52'' Nord; 11° 21' 55'' Est
TESTIMONIANZA RACCOLTA
Gustave Courbet, Le vagliatrici di grano, 1854
Sestese di nascita, durante la Seconda Guerra Mondiale i tedeschi hanno bombardato la sua casa. Umberto venne quindi ospitato nella casa di un mugnaio, dove lavorò per lui.
Umberto: "Allora dimmi il che tu voi sapere."
Benedetta: "Vorrei sapere che mulini c'erano e più o meno quando è che sono nati e quando sono scomparsi."
Fiorella: "Che mulini c'era Umberto?"
Umberto: "Allora dal fiume Rimaggio veniva deviato, tramite una gora, il fiume finendo per fare un invaso ed era il primo mulino."
Fiorella: "In che zona era? Dov'era il primo?"
Umberto: "Il primo mulino era in via Catese, chiamato "Le Mulina", l'acqua veniva tirata tramite un ferro e infondo c'era una rota con le pale di legno che l'acqua battendo le pale, faceva girare il mulino."
Benedetta: "Quindi erano tutti mulini ad acqua?"
Umberto: "Sì. I mulini erano 5 con questo sistema, 5 mulini ed era proprietario il Ginori e li gestiva il signor Grassi. Veniva macinato varietà di materiale: mattoni per fare campi da tennisse, terra per fare la ceramica ed altri materiali."
Benedetta: "E cereali no?"
Umberto: "Cereali dopo la guerra"
Fiorella: "Lui ti dico io è nato lassù, i tedeschi li bruciaron la casa, quindi c'andò per un periodo ad abitare in uno di questi."
Umberto: "Dove siamo rimasti?"
Benedetta: "Ai cereali dopo la guerra."
Umberto: "Questo sistema di 5 mulini, l'ultimo dei quali tutta l'acqua ritornava nel Rimaggio, fatto circa 100 metri, veniva deviata di nuovo, immettendosi in un'altra "gora". Metti tra virgolette gora. Da qui finiva in Valiversi."
Benedetta: "Ma Valiversi è una via?"
Umberto: "Una frazione di Sesto. Dove..."
Fiorella: "Te racconta, te vai."
Umberto: "C'era un altro mulino, Danilo si chiamava. Qui si faceva soltanto cereali. Cioè macinava il grano e faceva la farina. Da qui ripartiva e andava in via delle Forbici con un altro mulino, del Bicci che anch'esso macinava cereali. Stesso procedimento, finiva in via Dante Alighieri a Sesto, che i sestesi chiamano via del Mulino dove macinavano anche lì cereali ed era proprietario il Bini."
Fiorella: "Pe' il mulino veramente. I sestesi dicono pe' i mulino."
Umberto: "Da qui finivano i mulini"
Fiorella: "Ma il Bini dopo diventò l'Archilli no?"
Umberto: "No, l'Archilli gli è a Calenzano. Non c'è mai stato l'Archilli. Ritornava quindi nel Rimaggio per finire nel paese di Sesto. Una caratteristica di tutto questo si può vedere attualmente al ristorante Ulivo Rosso dove c'è un arco che attraversa il fiume. E lì c'è il torrente che porta l'acqua al primo Molino che abbiamo detto (Le Mulina)."
Fiorella: "Ma funzionanti un credo ce ne sia più punti, no?"
Umberto: "I mulini un ci son più. L'acqua un la va più ora. Poi il che tu voi sapere? Ti basta?"
Benedetta: "Io ho letto che un mulino era ancora esistente, ma si trova in stato di degrado."
Fiorella: "Un so quale sarà."
Umberto: "Eh non so...forse tu poi vedere andando...però a volte e son gelosi laggiù, la gente ora vogliano...lì se tu vai per andare all'Ulivo Rosso, prima c'è il gruppo di case delle Molina."
CONCLUSIONI
Il nostro intento era quello di fornire una visione panoramica dell'archeologia industriale nell'area di Sesto Fiorentino, in stretta connessione con la cartografia del territorio in modo da rendere vivo il problema della tutela di queste aree in funzione non solo della conservazione di tali siti industriali, ma anche di donare nuova vita agli impianti fondiari solo in parte recuperati, talora persino dimenticati.
Queste aree, com'è stato nella maggior parte delle strutture prese in esame, risultano sempre più interessate ad essere trasformate in zone residenziali.
Passare dalle carte topografiche antiche alla ricerca sul campo non è stato facile, anche se questa fase della ricerca è stata la più piacevole. Tuttavia fin dall'inizio si è rilevato difficoltoso individuare quelle località i cui nomi, oltre a non figurare sulle carte topografiche, erano sconosciuti dalla maggior parte dei residenti.
Talvolta ci siamo trovate di fronte a realtà drammatiche. Alcune zone in stato di degrado infatti, ci hanno lasciato enormi "vuoti". Ma nonostante non siano più luoghi "vissuti", si mantengono vivi attraverso il ricordo di chi dentro quei luoghi ci è cresciuto. Basti pensare a quanto ci abbia rigenerate ascoltare la storia di Umberto, una fonte ricchissima, che ci ha trasmesso tanto amore per la propria città. Un uomo coraggioso, un uomo resiliente che ha saputo rialzarsi dalla guerra e ha trovato nel mulino una seconda chance per ricostruire pezzo dopo pezzo la propria casa, che adesso condivide con la moglie Fiorella e con la nostalgia di un tempo passato.
BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA
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FONTI TESTIMONIALI